Il vero prezzo della moda

Sono sempre stata abbastanza ignorante in tema di moda etica e sostenibile, guardando tra gli apprendibili delle note catene di moda accessibile però non ho potuto fare a meno di domandarmi come fosse possibile mettere sul mercato capi d’abbigliamento a prezzi così bassi senza che nessuno ci perdesse in termini di guadagno.
Ma, ovviamente, comprare una maglia a soli €5/€10 fa gola e l’opportunità di aggiornare il proprio guardaroba con una modica spesa fa mettere e a tacere i numerosi dubbi sorti.

Sfortunatamente il tema della moda sostenibile non viene affrontato molto spesso, anzi direi che è del tutto lasciato in disparte lasciando il compito al consumatore stesso di mantenersi informato e cercare le informazioni necessarie per comprendere cosa ci celi dietro a certi meccanismi.

Questa mia titubanza a perseguire con le mie solite abitudini o informarmi riguardo a chi e cosa io stessi alimentando con le mie spese è proseguita per molto tempo finché non ho deciso di guardare “The True Cost”, un documentario che affronta il tema della fast fashion.
La fast fashion, in poche parole, è il meccanismo per il quale in un negozio possiamo trovare abiti nuovi ogni settimana a prezzi più che accessibili a costo di un materiale abbastanza scadente che ci porterà a gettare il nostro capo di abbigliamento dopo qualche stagione per comprane uno nuovo, in condizioni migliori e che segua la moda del momento.
La fast fashion ha scardinato le vecchie abitudini della moda, passando da avere le famose stagioni “primavera/estate e autunno/inverno” a trovarci difronte a 52 stagioni all’anno.
Compriamo abiti, gli usiamo per qualche tempo e poi gettiamo o diamo via per acquistarne altri in un inesorabile circolo vizioso.

The True Cost affronta l’argomento fast fashion attraverso interviste di chi è in prima linea contro questo sistema e testimonianze dirette di chi, invece è all’interno del sistema stesso.
Credo sia difficile, se non impossibile, rimane imperturbati dopo aver preso coscienza di cosa si nasconde dietro ai nostri acquisti.

Perché scopriremo storie di sfruttamenti di donne, uomini e bambini costretti a lavorare in fabbriche pericolanti, a contatto con sostanze dannose per l’organismo, sottopagati e brutalmente picchiati se in grado di alzare la voce per chiedere che vengano rispettati i propri diritti.

Scopriremmo che nel 2013 in Bangladesh furono estratti 1.045 cadaveri dalle macerie del Rana Plaza, l’edificio-fabbrica alla periferia di Dacca dopo che i lavoratori, pagati con meno di €30 al mese per cucire vestiti 12 ore al giorno, ne avevano denunciato l’instabilità.

Non solo, scopriremmo anche che il nostro continuo e incessante bisogno di acquistare capo nuovi non segue il ritmo della coltivazione del cotone.
Per ovviare a ciò è stato progettato un cotone OGM in grado di tenere il passo con l’alta richiesta del prodotto che, però, richiede elevati quantitativo pesticidi.
Le ricadute sul suolo sono drammatiche, nella regione Punjab, India, le coltivazioni di cotone OGM sono molto diffuse e questo ha comportato l’aumento di casi di malati di cancro e di bambini con handicap fisici e con ritardo mentale.
Inoltre, molti contadini arrivano a indebitarsi per acquistare le sementi (le quali sono in possesso di un’unica azienda) e i pesticidi necessaria alla coltivazioni ad un punto tale da decidere di togliersi la vita con il pesticida stesso.
In 16 anni sono stati registrati 250.000 casi di suicidio, la più grande ondata di suicidi registrata nella storia.

Se non lo avete fatto, guardate “The True Cost” è disponibile su Netflix.
Credo sia importante essere a sconoscenza di cosa nasconde il mondo della Fast Fashion in quanto suoi consumatori, è giusto sapere cosa stiamo finanziando con le nostre spese per essere poi liberi di scegliere senza nasconderci dietro la maschera dell’ignoranza.

Ilaria

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Navigo sul web, senza una meta precisa.
Scorro il dito sullo schermo del telefono finché una notizia cattura – tristemente – la mia attenzione.
È un articolo di SKY Tg 24, “Obbliga la compagna a mangiare nella ciotola del cane: allontanato da casa

Non riesco a non pensare a questa donna umiliata, vessata e spogliata della sua dignità fino ad arrivare ad essere deumanizzata da questo essere (perché no, non si può certo parlare di uomo).
Non riesco a non pensare a quanto debba avere subito per arrivare ad eseguire gli ordini imposti dal suo aguzzino, a quanta solitudine debba avere provato in quelle mura domestiche.
Provo così tanta tristezza e rabbia, si rabbia, perché la conseguenza a cui è andato in contro – per il momento – questo uomo è il semplice allontanamento dalla casa familiare.

Provo rabbia perché fino a pochi giorni fa eravamo invasi da messaggi di speranza, preludio che qualcosa potesse cambiare.
Poi vedo Ronaldo, accusato di stupro e reo confesso, con una riga di rossetto rosso sulla guancia, testimonial della campagna #nonènormalechesianormale contro la violenza sulle donne e la rabbia torna più forte di prima.
Non importa che tu sia la vittima, non importa che ti abbiano stuprata, vincono sempre loro“, è questo il messaggio atroce che passa.
Vedo tante belle parole confezionate ad hoc per le varie giornate internazionali ma pochi fatti concreti.

Davanti a tutto ciò verrebbe da rassegnarsi, da pensare che “tanto è tutto inutile, non sarà mai abbastanza“, ma la rassegnazione va messa da parte e continuare a battersi finché non ci saranno più donne umiliate, molestate, stuprate e uccise da bestie illuse di poter esercitare un potere e un diritto di possesso sulla donna

Ilaria

Quando si hanno troppi interessi

pensieriHo tanti, tantissimi, interessi. Ogni mattina mi sveglio con mille idee e piccoli progetti che vorrei realizzare, mi entusiasmo facilmente e quando scopro qualcosa di nuovo che sollecita il mio interesse mi ci butto a capofitto lasciando perdere tutto quello che stavo facendo fino a quel momento.

Via via l’entusiasmo iniziale va a scemare fino a tramutarsi in uno stato di noia.
Non rimango con le mani in mano a lungo, trovo qualcos’altro da fare, qualche nuovo interesse a cui appassionarmi finché, con il tempo, anche questo nuova passione andrà a fare cumulo con le altre.

Questo “schema”, questo mio essere — definita e autodefinita — inconcludente mi ha da sempre creato disagio, perché non sono in grado di concentrarmi su un’unica cosa? Perché inizio mille cose senza portale a termine?
Cosa c’è di sbagliato in me?

Quando ero più piccola questa mia capacità di passare da una passione all’altra era per me una delle mie poche fonti di orgoglio, crescendo e avviandomi sempre di più al mondo lavorativo, quella che inizialmente era considerata una “capacità” è diventata più che altro un “difetto”, un mio modo di essere da “aggiustare”.
Ma costringermi ad incanalare tutte le mie energie in un unico interesse non mi fa stare bene, è una forzatura, è un tentativo di essere ciò che non sono.

E quindi?

Mi sono sempre fermata alla frase “so fare tante cose”, perché è vero, quando qualcosa sollecita il mio interesse mi impegno nell’apprendere più cose possibili su quello specifico argomento e ci riesco, riesco a raggiungere una discreta padronanza della materia.
Ma il “so fare tante cose” non è di per sé una frase positiva, vi è insito un sentimento si svalutazione: “so fare tante cose, ma non eccello in nessuna di esse”.
È solo recentemente che, eliminando quella patina di asutosvalutazione, ho iniziato a vedermi sotto un’altra luce.
Ho iniziato a vedermi come una persona con del potenziale, che forse non è in grado di incanalare tutte le proprie energie in un’unico scopo ma che per questo non è in difetto, anzi!
Non ho bisogno di eccellere in un ambito specifico, non ho proprio bisogno di eccellere per essere felice, mi “basta” essere brava in ciò che mi piace fare.

In questi giorni navigando per il web mi sono imbattuta in un video di una ragazza che si poneva i miei stessi quesiti e che aveva trovato una — parziale — risposta nel discorso di Emily Wapnick in un TED Talk.

Emily Wapnick descrive se stessa come una persona dai mille interessi, in grado di appassionarsi enormemente a qualcosa fino a sprofondare nella noia quando questa non rappresenta più una sfida.
Anche lei, come quasi tutte le persone che si trovano nella sua stessa situazione, ha ceduto col credere che ci fosse qualcosa di sbagliato in lei.
Ciò che però l’ha portata su un palco a tenere una TED Talk è stato il non lasciarsi abbandonare all’idea di essere “sbagliata”.
Non è caduta nella trappola di costringersi a una vita di noia specializzandosi in un unico interesse.
Al contrario, ha fatto delle sue numerose passioni il suo punto di forza.
Emily Wapnick definisce se stessa e coloro che si ritrovano nelle sue parole, come persone multipotenziali.
Persone che non riescono a specializzarsi in un unico campo ma che hanno, per natura, la necessità di esplorare, scoprire e cimentarsi in più ambiti.

L’aver guardato un video sulla multipotenzialità non mi rende un’esperta in materia (un concetto estraneo a molte delle persone che popolano il web, ma questa è un’altra storia) perciò se siete interessati, vi lascio il link della TED Talk (dura poco più di dodici minuti ed è sottotitolato in italiano).

I coraggiosi che sono arrivati a leggere fino a questo punto probabilmente si saranno chiesti quale sia il punto centrale, lo scopo di questo articolo.
Credo che non ci sia alcuno scopo, a volte mi piace lasciare fluire i miei pensieri, trasformare in parole le mie paure così da poterle vedere nero su bianco.
Trovo che sia un buon metodo per affrontare ciò ci blocca, tramutare l’astratto in concreto.

Ilaria

Viaggio all’interno del proprio inconscio

EASY
Sono sette anni che due volte alla settimana mi reco in terapia per lavorare su me stessa per raggiungere il tanto atteso stato di serenità.
Avevo 14 anni quando iniziai questo percorso tra mille dubbi e preoccupazioni, non avevo idea di cosa si trattasse o funzionasse una seduta di psicoterapia.
Ero convinta che l’avrei abbandonata come ogni altra cosa, una sorte che destinai all’equitazione e alla recitazione.
Mi sbagliavo, bastarono 45 minuti di colloquio per farmi comprendere che quell’esperienza sarebbe diventata una delle cose più importanti per me.
Sette anni di terapia e non ho mai saltato una seduta, lo studio non è dietro casa, devo fare 45 minuti di treno per raggiungere la mia terapista, altri 45 di seduta, mezz’ora di attesa per il treno di ritorno e poi prendere un autobus per rientrare a casa.
La terapia mi occupa un intero pomeriggio e ciò diventa un problema con l’aggiunta degli impegni universitari, mi porto sempre qualcosa da studiare ma è difficile concentrarsi con il rumore costante delle rotaie e il brusio degli altri viaggiatori. D’inverno si muore dal freddo in stazione, mentre d’estate il più delle volte manca l’aria condizionata in treno e divento un tutt’uno con il sedile.
Ma ne vale la pena.
Molti non hanno idea di cosa consista essere in terapia, alcuni pensano che sia solo uno spreco di denaro, altri che si tratti di una semplice chiacchierata.
Non è affatto così. È vero, in terapia si parla ma non è un semplice scambio di pensieri fine a se stesso, si analizza il proprio comportamento in relazione con se stessi e con gli altri, si indaga sul perché delle proprie azioni e si lavora sulle proprie emozioni. Il termine “lavorare” non è casuale, la terapia è un lavoro che si fa sulla propria persona e come ogni lavoro comporta tanta fatica ma anche tante soddisfazioni.
Recarsi in studio non è sempre facile, a volte si muovono certi pensieri che, più o meno inconsciamente, non si vogliono affrontare in terapia e che preferiremmo rimuovere dalla nostra mente.
È proprio questa la difficoltà della terapia, affrontare e accettare le proprie parti più sgradevoli e non lasciarsi abbattere dalla lunghezza del percorso.
Se alla prima seduta mi avessero detto che mi ci sarebbero voluti sette anni prima di intravedere buoni risultati, me ne sarei andata sbattendo la porta.
Ma una volta intrapreso il percorso ti dimentichi di quanto tempo sia passato, concentrandoti sulle piccole conquiste la terapia diventa una risorsa e non più un dovere da adempiere.
Il viaggio nel proprio inconscio è l’esperienza più faticosa che abbia mai fatto, ma anche la più arricchente.
Se avessi potuto mi sarei risparmiata molte cose ma in tanto dolore la terapia è diventata una delle mie più grandi risorse e sono davvero grata di aver potuto intraprendere questo percorso.
La psicoterapia non solo mi ha aiutata a guarire, mi ha donato infiniti strumenti utili alla vita.
Non mi ha cambiata, mi ha solo dato una mano per scoprire me stessa e fare emergere la mia personalità.

Ilaria

1 marzo 2018, giornata mondiale contro l’autolesionismo

s_h_dayOggi, 1 marzo 2018 è la giornata mondiale contro l’autolesionismo. Autolesionismo significa causare in modo intenzionale e ripetitivo danni al proprio corpo senza l’obbiettivo di togliersi la vita ma di trovare sollievo da una sofferenza emotiva.

**self harm trigger warning**


Non voglio parlare in termini assoluti, non ne ho le competenze e non avrebbe comunque senso, ciò che scrivo è dettato unicamente dalla mia esperienza personale.
Voglio cogliere questa giornata per raccontare parte della mia esperienza per infrangere il tabù di questo disturbo con l’intento di poter far comprendere la dinamica dell’autolesionismo a chi ne è estraneo e portare in briciolo di speranza.

Sono arrivata all’autolesionismo nello stesso modo con cui i miei coetanei sono arrivati a scoprire il sesso o le piccole trasgressioni: spontaneamente.
Le loro scoperte erano mosse dal loro implacabile istinto di vita, le mie da un disperato bisogno di sollievo dalla sofferenza.
Si inizia gradualmente con l’illusione di avere la situazione sotto controllo, poi l’atto concreto del tagliarsi diventa una sorta di rituale e, si sa, i rituali come ogni azione ripetitiva trasmettono sicurezza.
C’è chi si chiede se l’autolesionista provi dolore nel tagliarsi, certo che lo prova, è proprio i dolore fisico a darti quella scarica di adrenalina e a farti ricordare che tutta quella sofferenza e quel tumulto di peneri sono racchiusi in corpo vivo.

L’autolesionismo continua a ferirti anche quando smetti di farti del male fisico.
Non è un modo dire, l’autolesionismo è una vera e propria droga.
Le cause che portano una persona a farsi del male possono essere molteplici e diverse da soggetto a soggetto ma, alla fine, confluiscono tutte in un unico gesto.
È difficile uscire da quel circolo vizioso di sofferenza, è molto più semplice restarne fuori. L’autolesionismo continua a ferirti anche quando hai smesso di farti del male fisico, le cicatrici rimarranno per sempre sulla tua pelle.
Saranno sempre lì a ricordarti ciò che hai passato e non è semplice imparare a conviverci.
Non bisogna vergognarsene, sono il simbolo di un percorso sofferto e della vincita sul dolore, ma a nessuno fa piacere rievocare quelle sensazioni. Sensazioni che ti travolgono come un’onda ogni volta che guardi le tue braccia, le gambe o allunghi la mano per stringerne un’altra.
C’è chi ha tatto e non esprime opinioni, c’è chi, invece, comincia col porti domande sempre più personali per capire il significato di quelle cicatrici, domande camuffate da un interesse nei tuoi confronti, ma che in realtà non sono altro che frutto di una morbosa curiosità.
Col tempo impari a passarci sopra e quasi non fai più caso a quei sguardi indiscreti. Ciò che più mi turba è il fatto che le cicatrici non mi daranno mai la possibilità di omettere alcuni dettagli del mio passato o di potermi aprire solo con determinate persone, per quanto io mi sforza quei segni rimarranno indelebili sulla mia palle rendendomi agli occhi degli altri un libro aperto.
Il passato non si cancella, e, forse, è ora di accettare ciò che sono stata e di tramutare quelle cicatrici da ricordi di un vissuto colmo di sofferenza ad una prova della mia vittoria.

Come già detto l’autolesionismo è una vera dipendenza e come in ogni caso di dipendenza uscirne e non ricascarci non è mai facile. Non ho una data precisa della mia guarigione dall’autolesionismo, per più di tre anni mi sono fatta del male quasi quotidianamente, per un anno mi sono ripetuta che avrei smesso ma ce ne sono voluti due per smettere realmente e, ancora oggi, l’impulso di recarmi dolore fisico non è scomparso del tutto. In un periodo particolarmente stressante o in occasione di un evento per me destabilizzante la tentazione di farmi del male esiste ma grazie al mio costante impegno con la terapia questo l’impulso rimane incompiuto.

Ilaria

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

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Titolo – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Autore – Oliver Sacks
N° pagine – 320
Voto personale ♡♡♡♡♡

“Convinto che la visita fosse finita, si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, cercò di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la moglie per un cappello! La donna reagì come se fosse abituata a cose del genere.”

RECENSIONE
La prassi di scrivere casi clinici venne persa intorno alla metà del del Novecento, con l’ascesa di una medicina più tecnologica e quantitativa si iniziò infatti a riporre in disparte i testi clinici che prediligevano la narrazione degli effetti della malattia e delle ripercussioni che essa aveva sul malato.
Proprio per tal motivo Oliver Sacks, medico neurologo, vide rifiutati i propri testi da numerose riviste mediche in quanto considerate non scientifici per via della mancanza di elementi quali tabelle, grafici e di un linguaggio “oggettivo”.
“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” ha il merito di aver riportato alla luce la narrazione di casi clinici, il lavoro di Oliver Sacks è stato infatti di vitale importanza per raggiungere questo cambiamento partito proprio dalle università che, con la creazione di appositi corsi di “medicina narrativa”, ha consolidato e ridato il giusto valore a queste narrazioni.
Il caso clinico ha l’importante compito di narrare la storia del paziente considerato non come una cartella clinica stipata in un archivio, ma come un essere umano unico con il proprio vissuto e le proprie strategie di adattamento e sopravvivenza.
“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è una raccolta di casi clinici (in particolare casi neurologici) seguiti dall’autore e raccontati mantenendo costantemente l’equilibrio tra narrazione e tecnicismi.
La scrittura di Sacks è lineare e pulita, non manca la terminologia medica che viene però utilizzata in modo tale da non rendere il testo troppo specifico e indirizzato unicamente agli studiosi di medicina. Il saggio è accessibile a chiunque, medici e malati, appassionati di psicologia, lettori di romanzi e a qualunque altra persona amante della natura umana e delle sue infinite sfaccettature.
Descritti con incredibile umanità, Sacks dona ad ogni paziente seguito la giusta dignità e attenzione che ogni malato dovrebbe ricevere.
Le loro storie vengono narrate dall’autore in una maniera tale da farci comprendere il reale disagio che una malattia neurologica porta nella vita di una persona mantenendo comunque una nota di speranza e un tono leggero. Come nel caso del dottor P. un uomo il cui disturbo lo aveva portato a perdere la capacità di riconoscere gli oggetti, in particolare gli oggetti animati. Ecco come una rosa diventa un “oggetto di quindici centimetri circa, una forma rossa convoluta con un’appendice lineare verde”, un guanto “una superficie continua, avvolta su se stessa” e la testa della propria moglie un cappello da indossare.

Ilaria

Desktop: calendario gennaio 2018

Ho sempre avuto la passione per la grafica anche se non si è mai tradotta in desiderio di farne oggetto dei miei studi, per questo motivo ogni mio risultato è frutto di conoscenze acquisite autonomamente.
Ciò nonostante la creazione di piccole grafiche è per me fonte di grande divertimento e, con l’arrivo del 2018, ho pensato di creare qualche desktop integrati con il calendario del mese corrente: un modo semplice per tenere costantemente sotto controllo il susseguirsi dei giorni senza però rinunciare all’estetica!

 

 

qui troverete il download del primo modello
qui troverete il download del secondo modello

Spero che questi desktop annessi di calendario possano essere di vostro gradimento!
Ovviamente il download è gratuito, sarebbe per me davvero importante sapere il vostro parere in merito a questo piccolo progetto!
Potete scrivermi sul mio account Instagram@ puntoe.virgola” e, se volete, taggarmi in eventuali foto ritraenti il vostro nuovo desktop!

Un abbraccio,
Ilaria

Dovremmo essere tutti femministi: Chimamanda Ngozi Adichie

IMG_7442Dovremmo essere tutti femministi” è un breve saggio di Chimamanda Ngozi Adichie, frutto dell’adattamento di un intervento che l’autrice fece al TEDxEuston.
Sono 41 pagine, un libricino da leggere in meno di un’ora. Una lettura che non impegna una grande parte del nostro tempo ma che in compenso è capace di fornirci numerosi spunti di riflessione.
La mia non è una recensione, ma piuttosto un caloroso invito a leggere queste poche pagine nelle quali l’autrice, prendendo spunto dalle proprie esperienze, fornisce una definizione originale del femminismo facendo luce sulla condizione attuale della donna.
Alcuni passaggi del suo discorso sono stati scelti da Beyoncé per il brano “Flawless” entrando così in contatto con milioni di persone di tutte le parti del mondo. In questo ultimo periodo si è sentito spesso parlare di femminismo, dalla Women March su Washington, all’iniziativa #MeToo destinata a far comprendere le dimensioni del fenomeno delle molestie e abusi subiti da donne da parte di uomini, il discorso di Chimamanda Ngozi Adichie ci fa davvero comprendere perché “dovremmo essere tutti femministi”.

Ilaria

 

We teach girls to shrink themselves, to make themselves smaller. We say to girls, you can have ambition, but not too much. You should aim to be successful, but not too successful. Otherwise, you would threaten the man. Because I am female, I am expected to aspire to marriage. I am expected to make my life choices always keeping in mind that marriage is the most important. Now marriage can be a source of joy and love and mutual support but why do we teach girls to aspire to marriage and we don’t teach boys the same? We raise girls to see each other as competitors not for jobs or accomplishments, which I think can be a good thing, but for the attention of men. We teach girls that they cannot be sexual beings in the way that boys are. Feminist: the person who believes in the social, political, and economic equality of the sexes ❞ Chimamanda Ngozi Adichie

SCRUBS: una serie da (ri)guardare

Il 2 ottobre 2001 sulla NBC debutta Scrubs, comedy frutto della mente creativa di Bill Lawrence che scalderà cuori dei telespettatori fino al 6 maggio 2009 con l’ottava – e quasi ultima – stagione, esiste infatti anche una nona stagione che però può essere tranquillamente definita come uno spin-off malriuscito (scrubs: med school)

Scrubs rientra nella categoria “comedy” ma è molto più di una semplice commedia umoristica, le puntate alternano momenti carichi di ilarità a frammenti drammatici senza mai sbilanciarsi tra le due estremità.
Esempi di questa perfetta combinazione di drama e ironia sono le puntate My srewup (il mio disastro) accompagnata dalle note di Winter di Joshua Radin e My lunch (il mio pranzo) con How to save a life firmata The Fray come colonna sonora. In quest’ultima particolare puntata si può entrare a contatto con la parte più fragile e vulnerabile di uno dei personaggi pilastro della serie, il Dr. Cox, il risultato è una delle scene più commoventi e profonde dell’intera serie televisiva.

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La narrazione interna è portata avanti dal protagonista, John Dorian (J.D.) che puntualmente si sottrae per manciate di secondi dalla realtà dando inizio a impreviste e improvvise fantasie ad occhi aperti che puntualmente si concludono con una frase inerente alla fantasia ma non al discorso iniziale. I “viaggi mentali” di J.D. sono un aspetto fondamentale della serie che, non solo conferiscono una caratterizzazione particolare al protagonista, ma donano alla narrazione una atmosfera surreale che contraddistingue Scrubs.

Quando (ri)guardare SCRUBS?
Non esiste un momento giusto o sbagliato per (ri)guardare questa serie televisiva, la magia di Scrubs consiste proprio nell’offrire spunti di riflessione sempre nuovi a seconda dell’approccio che si ha con questa serie. L’ospedale Sacro Cuore altro non è che uno specchio della nostra realtà, all’interno vi possiamo ritrovare le dinamiche del nostro liceo, del nostro gruppo universitario o lavorativo.

Invito chiunque non abbia mai visto questa serie televisiva a darle una possibilità, per molti – compresa la sottoscritta – Scrubs riveste il ruolo di serie cult, un pilastro delle comedy da vedere assolutamente (almeno una volta).

Ilaria

 

 

Dopo di te

6794219_1505379Titolo – Dopo di te
Autore –  Jojo Moyes
N° pagine – 384
Prezzo – €18,00
Voto personale ♡♡

“Come si fa ad andare avanti dopo aver perso chi ami? Come puoi ricostruire la tua vita? Tutti perdiamo qualcuno, ma c’è sempre un “dopo” e questo è il messaggio molto forte e positivo che Jojo Moyes dà alle sue lettrici, un sequel non scontato e pieno di colpi di scena.”

RECENSIONE
I romanzi rosa non sono il mio genere preferito. Ho letto davvero poche storie d’amore, il più delle volte senza emozionarmi o farmi trasportare dell’intensità dei sentimenti narrati. “Io prima di te” si è rivelato il romanzo delle eccezioni, ho amato tutto di quel libro: la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione, i dialoghi e l’atmosfera che avvolgeva l’intera narrazione. Questo fortunato libro di Jojo Moyes è caratterizzato per essere autoconclusivo, per questo motivo sono rimasta sorpresa dell’esistenza di un seguito che a mio parere non ha motivo di esistere. Quando però ho visto una copia di “Dopo di te” sullo scaffale di una libreria la curiosità è stata tale da farmi vincere qualsiasi dubbio e l’acquisto è stato inevitabile.
In un primo momento ho iniziato la lettura con molta enfasi, ma questo entusiasmo è andato a scemare pagina dopo pagina.
Se “Io prima di te” mi teneva col fiato sospeso, la lettura di “Dopo di te” mi ha lasciato quasi indifferente a tratti annoiata.
Per quanto mi riguarda l’autrice non è stata in grado di ricreare quella tensione emotiva che accompagnava la lettura del primo romanzo. I personaggi introdotti nel sequel sono fortemente stereotipati e non spingono a provare grande simpatia nei loro confronti, le situazioni di suspense che vengono proposte a più riprese nella storia non creano realmente uno stato di apprensione ma suonano più come un tentativo di catturare l’attenzione del lettore.
Cliché e banali svolte narrative sono gli ingredienti base di questa storia.
Non penso che consiglierei la lettura di questo romanzo, che di per sé non è così atroce come forse può apparire dalla mia recensione, ma se (giustamente e inevitabilmente) paragonato a “Io prima di te” non può che essere considerato un maldestro tentativo di cavalcare il successo del primo romanzo.
Continuo a pensare che “Io prima di te” rimanga un romanzo autoconclusivo che per definizione non necessita di alcun seguito, per me la storia tra Will e Lou si conclude con le dolci parole di lui rievocate a Parigi da una Louisa affamata di vita malgrado la perdita del proprio amore.

Ilaria