Viaggio all’interno del proprio inconscio

EASY
Sono sette anni che due volte alla settimana mi reco in terapia per lavorare su me stessa per raggiungere il tanto atteso stato di serenità.
Avevo 14 anni quando iniziai questo percorso tra mille dubbi e preoccupazioni, non avevo idea di cosa si trattasse o funzionasse una seduta di psicoterapia.
Ero convinta che l’avrei abbandonata come ogni altra cosa, una sorte che destinai all’equitazione e alla recitazione.
Mi sbagliavo, bastarono 45 minuti di colloquio per farmi comprendere che quell’esperienza sarebbe diventata una delle cose più importanti per me.
Sette anni di terapia e non ho mai saltato una seduta, lo studio non è dietro casa, devo fare 45 minuti di treno per raggiungere la mia terapista, altri 45 di seduta, mezz’ora di attesa per il treno di ritorno e poi prendere un autobus per rientrare a casa.
La terapia mi occupa un intero pomeriggio e ciò diventa un problema con l’aggiunta degli impegni universitari, mi porto sempre qualcosa da studiare ma è difficile concentrarsi con il rumore costante delle rotaie e il brusio degli altri viaggiatori. D’inverno si muore dal freddo in stazione, mentre d’estate il più delle volte manca l’aria condizionata in treno e divento un tutt’uno con il sedile.
Ma ne vale la pena.
Molti non hanno idea di cosa consista essere in terapia, alcuni pensano che sia solo uno spreco di denaro, altri che si tratti di una semplice chiacchierata.
Non è affatto così. È vero, in terapia si parla ma non è un semplice scambio di pensieri fine a se stesso, si analizza il proprio comportamento in relazione con se stessi e con gli altri, si indaga sul perché delle proprie azioni e si lavora sulle proprie emozioni. Il termine “lavorare” non è casuale, la terapia è un lavoro che si fa sulla propria persona e come ogni lavoro comporta tanta fatica ma anche tante soddisfazioni.
Recarsi in studio non è sempre facile, a volte si muovono certi pensieri che, più o meno inconsciamente, non si vogliono affrontare in terapia e che preferiremmo rimuovere dalla nostra mente.
È proprio questa la difficoltà della terapia, affrontare e accettare le proprie parti più sgradevoli e non lasciarsi abbattere dalla lunghezza del percorso.
Se alla prima seduta mi avessero detto che mi ci sarebbero voluti sette anni prima di intravedere buoni risultati, me ne sarei andata sbattendo la porta.
Ma una volta intrapreso il percorso ti dimentichi di quanto tempo sia passato, concentrandoti sulle piccole conquiste la terapia diventa una risorsa e non più un dovere da adempiere.
Il viaggio nel proprio inconscio è l’esperienza più faticosa che abbia mai fatto, ma anche la più arricchente.
Se avessi potuto mi sarei risparmiata molte cose ma in tanto dolore la terapia è diventata una delle mie più grandi risorse e sono davvero grata di aver potuto intraprendere questo percorso.
La psicoterapia non solo mi ha aiutata a guarire, mi ha donato infiniti strumenti utili alla vita.
Non mi ha cambiata, mi ha solo dato una mano per scoprire me stessa e fare emergere la mia personalità.

Ilaria

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1 marzo 2018, giornata mondiale contro l’autolesionismo

s_h_dayOggi, 1 marzo 2018 è la giornata mondiale contro l’autolesionismo. Autolesionismo significa causare in modo intenzionale e ripetitivo danni al proprio corpo senza l’obbiettivo di togliersi la vita ma di trovare sollievo da una sofferenza emotiva.

**self harm trigger warning**


Non voglio parlare in termini assoluti, non ne ho le competenze e non avrebbe comunque senso, ciò che scrivo è dettato unicamente dalla mia esperienza personale.
Voglio cogliere questa giornata per raccontare parte della mia esperienza per infrangere il tabù di questo disturbo con l’intento di poter far comprendere la dinamica dell’autolesionismo a chi ne è estraneo e portare in briciolo di speranza.

Sono arrivata all’autolesionismo nello stesso modo con cui i miei coetanei sono arrivati a scoprire il sesso o le piccole trasgressioni: spontaneamente.
Le loro scoperte erano mosse dal loro implacabile istinto di vita, le mie da un disperato bisogno di sollievo dalla sofferenza.
Si inizia gradualmente con l’illusione di avere la situazione sotto controllo, poi l’atto concreto del tagliarsi diventa una sorta di rituale e, si sa, i rituali come ogni azione ripetitiva trasmettono sicurezza.
C’è chi si chiede se l’autolesionista provi dolore nel tagliarsi, certo che lo prova, è proprio i dolore fisico a darti quella scarica di adrenalina e a farti ricordare che tutta quella sofferenza e quel tumulto di peneri sono racchiusi in corpo vivo.

L’autolesionismo continua a ferirti anche quando smetti di farti del male fisico.
Non è un modo dire, l’autolesionismo è una vera e propria droga.
Le cause che portano una persona a farsi del male possono essere molteplici e diverse da soggetto a soggetto ma, alla fine, confluiscono tutte in un unico gesto.
È difficile uscire da quel circolo vizioso di sofferenza, è molto più semplice restarne fuori. L’autolesionismo continua a ferirti anche quando hai smesso di farti del male fisico, le cicatrici rimarranno per sempre sulla tua pelle.
Saranno sempre lì a ricordarti ciò che hai passato e non è semplice imparare a conviverci.
Non bisogna vergognarsene, sono il simbolo di un percorso sofferto e della vincita sul dolore, ma a nessuno fa piacere rievocare quelle sensazioni. Sensazioni che ti travolgono come un’onda ogni volta che guardi le tue braccia, le gambe o allunghi la mano per stringerne un’altra.
C’è chi ha tatto e non esprime opinioni, c’è chi, invece, comincia col porti domande sempre più personali per capire il significato di quelle cicatrici, domande camuffate da un interesse nei tuoi confronti, ma che in realtà non sono altro che frutto di una morbosa curiosità.
Col tempo impari a passarci sopra e quasi non fai più caso a quei sguardi indiscreti. Ciò che più mi turba è il fatto che le cicatrici non mi daranno mai la possibilità di omettere alcuni dettagli del mio passato o di potermi aprire solo con determinate persone, per quanto io mi sforza quei segni rimarranno indelebili sulla mia palle rendendomi agli occhi degli altri un libro aperto.
Il passato non si cancella, e, forse, è ora di accettare ciò che sono stata e di tramutare quelle cicatrici da ricordi di un vissuto colmo di sofferenza ad una prova della mia vittoria.

Come già detto l’autolesionismo è una vera dipendenza e come in ogni caso di dipendenza uscirne e non ricascarci non è mai facile. Non ho una data precisa della mia guarigione dall’autolesionismo, per più di tre anni mi sono fatta del male quasi quotidianamente, per un anno mi sono ripetuta che avrei smesso ma ce ne sono voluti due per smettere realmente e, ancora oggi, l’impulso di recarmi dolore fisico non è scomparso del tutto. In un periodo particolarmente stressante o in occasione di un evento per me destabilizzante la tentazione di farmi del male esiste ma grazie al mio costante impegno con la terapia questo l’impulso rimane incompiuto.

Ilaria

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

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Titolo – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Autore – Oliver Sacks
N° pagine – 320
Voto personale ♡♡♡♡♡

“Convinto che la visita fosse finita, si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, cercò di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la moglie per un cappello! La donna reagì come se fosse abituata a cose del genere.”

RECENSIONE
La prassi di scrivere casi clinici venne persa intorno alla metà del del Novecento, con l’ascesa di una medicina più tecnologica e quantitativa si iniziò infatti a riporre in disparte i testi clinici che prediligevano la narrazione degli effetti della malattia e delle ripercussioni che essa aveva sul malato.
Proprio per tal motivo Oliver Sacks, medico neurologo, vide rifiutati i propri testi da numerose riviste mediche in quanto considerate non scientifici per via della mancanza di elementi quali tabelle, grafici e di un linguaggio “oggettivo”.
“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” ha il merito di aver riportato alla luce la narrazione di casi clinici, il lavoro di Oliver Sacks è stato infatti di vitale importanza per raggiungere questo cambiamento partito proprio dalle università che, con la creazione di appositi corsi di “medicina narrativa”, ha consolidato e ridato il giusto valore a queste narrazioni.
Il caso clinico ha l’importante compito di narrare la storia del paziente considerato non come una cartella clinica stipata in un archivio, ma come un essere umano unico con il proprio vissuto e le proprie strategie di adattamento e sopravvivenza.
“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è una raccolta di casi clinici (in particolare casi neurologici) seguiti dall’autore e raccontati mantenendo costantemente l’equilibrio tra narrazione e tecnicismi.
La scrittura di Sacks è lineare e pulita, non manca la terminologia medica che viene però utilizzata in modo tale da non rendere il testo troppo specifico e indirizzato unicamente agli studiosi di medicina. Il saggio è accessibile a chiunque, medici e malati, appassionati di psicologia, lettori di romanzi e a qualunque altra persona amante della natura umana e delle sue infinite sfaccettature.
Descritti con incredibile umanità, Sacks dona ad ogni paziente seguito la giusta dignità e attenzione che ogni malato dovrebbe ricevere.
Le loro storie vengono narrate dall’autore in una maniera tale da farci comprendere il reale disagio che una malattia neurologica porta nella vita di una persona mantenendo comunque una nota di speranza e un tono leggero. Come nel caso del dottor P. un uomo il cui disturbo lo aveva portato a perdere la capacità di riconoscere gli oggetti, in particolare gli oggetti animati. Ecco come una rosa diventa un “oggetto di quindici centimetri circa, una forma rossa convoluta con un’appendice lineare verde”, un guanto “una superficie continua, avvolta su se stessa” e la testa della propria moglie un cappello da indossare.

Ilaria

Desktop: calendario gennaio 2018

Ho sempre avuto la passione per la grafica anche se non si è mai tradotta in desiderio di farne oggetto dei miei studi, per questo motivo ogni mio risultato è frutto di conoscenze acquisite autonomamente.
Ciò nonostante la creazione di piccole grafiche è per me fonte di grande divertimento e, con l’arrivo del 2018, ho pensato di creare qualche desktop integrati con il calendario del mese corrente: un modo semplice per tenere costantemente sotto controllo il susseguirsi dei giorni senza però rinunciare all’estetica!

 

 

qui troverete il download del primo modello
qui troverete il download del secondo modello

Spero che questi desktop annessi di calendario possano essere di vostro gradimento!
Ovviamente il download è gratuito, sarebbe per me davvero importante sapere il vostro parere in merito a questo piccolo progetto!
Potete scrivermi sul mio account Instagram@ puntoe.virgola” e, se volete, taggarmi in eventuali foto ritraenti il vostro nuovo desktop!

Un abbraccio,
Ilaria

Dovremmo essere tutti femministi: Chimamanda Ngozi Adichie

IMG_7442Dovremmo essere tutti femministi” è un breve saggio di Chimamanda Ngozi Adichie, frutto dell’adattamento di un intervento che l’autrice fece al TEDxEuston.
Sono 41 pagine, un libricino da leggere in meno di un’ora. Una lettura che non impegna una grande parte del nostro tempo ma che in compenso è capace di fornirci numerosi spunti di riflessione.
La mia non è una recensione, ma piuttosto un caloroso invito a leggere queste poche pagine nelle quali l’autrice, prendendo spunto dalle proprie esperienze, fornisce una definizione originale del femminismo facendo luce sulla condizione attuale della donna.
Alcuni passaggi del suo discorso sono stati scelti da Beyoncé per il brano “Flawless” entrando così in contatto con milioni di persone di tutte le parti del mondo. In questo ultimo periodo si è sentito spesso parlare di femminismo, dalla Women March su Washington, all’iniziativa #MeToo destinata a far comprendere le dimensioni del fenomeno delle molestie e abusi subiti da donne da parte di uomini, il discorso di Chimamanda Ngozi Adichie ci fa davvero comprendere perché “dovremmo essere tutti femministi”.

Ilaria

 

We teach girls to shrink themselves, to make themselves smaller. We say to girls, you can have ambition, but not too much. You should aim to be successful, but not too successful. Otherwise, you would threaten the man. Because I am female, I am expected to aspire to marriage. I am expected to make my life choices always keeping in mind that marriage is the most important. Now marriage can be a source of joy and love and mutual support but why do we teach girls to aspire to marriage and we don’t teach boys the same? We raise girls to see each other as competitors not for jobs or accomplishments, which I think can be a good thing, but for the attention of men. We teach girls that they cannot be sexual beings in the way that boys are. Feminist: the person who believes in the social, political, and economic equality of the sexes ❞ Chimamanda Ngozi Adichie

SCRUBS: una serie da (ri)guardare

Il 2 ottobre 2001 sulla NBC debutta Scrubs, comedy frutto della mente creativa di Bill Lawrence che scalderà cuori dei telespettatori fino al 6 maggio 2009 con l’ottava – e quasi ultima – stagione, esiste infatti anche una nona stagione che però può essere tranquillamente definita come uno spin-off malriuscito (scrubs: med school)

Scrubs rientra nella categoria “comedy” ma è molto più di una semplice commedia umoristica, le puntate alternano momenti carichi di ilarità a frammenti drammatici senza mai sbilanciarsi tra le due estremità.
Esempi di questa perfetta combinazione di drama e ironia sono le puntate My srewup (il mio disastro) accompagnata dalle note di Winter di Joshua Radin e My lunch (il mio pranzo) con How to save a life firmata The Fray come colonna sonora. In quest’ultima particolare puntata si può entrare a contatto con la parte più fragile e vulnerabile di uno dei personaggi pilastro della serie, il Dr. Cox, il risultato è una delle scene più commoventi e profonde dell’intera serie televisiva.

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La narrazione interna è portata avanti dal protagonista, John Dorian (J.D.) che puntualmente si sottrae per manciate di secondi dalla realtà dando inizio a impreviste e improvvise fantasie ad occhi aperti che puntualmente si concludono con una frase inerente alla fantasia ma non al discorso iniziale. I “viaggi mentali” di J.D. sono un aspetto fondamentale della serie che, non solo conferiscono una caratterizzazione particolare al protagonista, ma donano alla narrazione una atmosfera surreale che contraddistingue Scrubs.

Quando (ri)guardare SCRUBS?
Non esiste un momento giusto o sbagliato per (ri)guardare questa serie televisiva, la magia di Scrubs consiste proprio nell’offrire spunti di riflessione sempre nuovi a seconda dell’approccio che si ha con questa serie. L’ospedale Sacro Cuore altro non è che uno specchio della nostra realtà, all’interno vi possiamo ritrovare le dinamiche del nostro liceo, del nostro gruppo universitario o lavorativo.

Invito chiunque non abbia mai visto questa serie televisiva a darle una possibilità, per molti – compresa la sottoscritta – Scrubs riveste il ruolo di serie cult, un pilastro delle comedy da vedere assolutamente (almeno una volta).

Ilaria

 

 

Dopo di te

6794219_1505379Titolo – Dopo di te
Autore –  Jojo Moyes
N° pagine – 384
Prezzo – €18,00
Voto personale ♡♡

“Come si fa ad andare avanti dopo aver perso chi ami? Come puoi ricostruire la tua vita? Tutti perdiamo qualcuno, ma c’è sempre un “dopo” e questo è il messaggio molto forte e positivo che Jojo Moyes dà alle sue lettrici, un sequel non scontato e pieno di colpi di scena.”

RECENSIONE
I romanzi rosa non sono il mio genere preferito. Ho letto davvero poche storie d’amore, il più delle volte senza emozionarmi o farmi trasportare dell’intensità dei sentimenti narrati. “Io prima di te” si è rivelato il romanzo delle eccezioni, ho amato tutto di quel libro: la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione, i dialoghi e l’atmosfera che avvolgeva l’intera narrazione. Questo fortunato libro di Jojo Moyes è caratterizzato per essere autoconclusivo, per questo motivo sono rimasta sorpresa dell’esistenza di un seguito che a mio parere non ha motivo di esistere. Quando però ho visto una copia di “Dopo di te” sullo scaffale di una libreria la curiosità è stata tale da farmi vincere qualsiasi dubbio e l’acquisto è stato inevitabile.
In un primo momento ho iniziato la lettura con molta enfasi, ma questo entusiasmo è andato a scemare pagina dopo pagina.
Se “Io prima di te” mi teneva col fiato sospeso, la lettura di “Dopo di te” mi ha lasciato quasi indifferente a tratti annoiata.
Per quanto mi riguarda l’autrice non è stata in grado di ricreare quella tensione emotiva che accompagnava la lettura del primo romanzo. I personaggi introdotti nel sequel sono fortemente stereotipati e non spingono a provare grande simpatia nei loro confronti, le situazioni di suspense che vengono proposte a più riprese nella storia non creano realmente uno stato di apprensione ma suonano più come un tentativo di catturare l’attenzione del lettore.
Cliché e banali svolte narrative sono gli ingredienti base di questa storia.
Non penso che consiglierei la lettura di questo romanzo, che di per sé non è così atroce come forse può apparire dalla mia recensione, ma se (giustamente e inevitabilmente) paragonato a “Io prima di te” non può che essere considerato un maldestro tentativo di cavalcare il successo del primo romanzo.
Continuo a pensare che “Io prima di te” rimanga un romanzo autoconclusivo che per definizione non necessita di alcun seguito, per me la storia tra Will e Lou si conclude con le dolci parole di lui rievocate a Parigi da una Louisa affamata di vita malgrado la perdita del proprio amore.

Ilaria

Whale Watching: Norway

Whale watching, summer 2016 – Stø, Norway

I ricordi della mia avventura nel mare di Norvegia compiono un anno.
Lo scorso luglio ho avuto l’opportunità di partecipare a un safari fotografico durante il mio viaggio in Norvegia, combinando così la mia passione per la fotografia con quella per i cetacei.
È stata un’esperienza meravigliosa. Il viaggio in barca è durato 12 ore, dalle 8:00 del mattino alle ore 20:00. In queste ore ho avuto la possibilità vedere e fotografare un gruppo di Pilot Whales abbastanza timide, sono riuscita a immortalare solo la pinna dorsale di questo esemplare di balena.


L’unica balena che ho potuto vedere ma che manca all’appello nelle fotografie è un esemplare di Sperm Whale (capodoglio), è emerso per solo pochi istanti e nessuno ha avuto il tempo a disposizione per scattargli una fotografia. Il capodoglio emerge ogni 40 minuti e, seguendo il consiglio del capitano, sono rimasta a prua armata di macchina fotografica per immortalarlo, ahimè dopo un’attesa di 80 minuti sotto il vento gelido sono dovuta rientrare in cabina e la barca ha ripreso la propria rotta. Dagli oblò ho avuto la fortuna di vedere altri esemplari di capodoglio ma senza la possibilità di fotografarli.
Ho avuto più fortuna con un barco di Killer Whales (orche), sembravano incuriosite dalla nostra imbarcazione, sono rimaste sotto i nostri occhi per svariati minuti prima che prendessero il largo e scomparissero dietro l’orizzonte. È stato davvero emozionante vederle da così vicino, sono da sempre il mio animale marino preferito e quasi non mi sembra vero di essere riuscita ad immortalarle in una fotografia.

Giunti quasi a termine della nostra avventura, siamo passati affianco a una piccola isola dove abbiamo potuto osservare un’aquila di mare a coda bianca librarsi in volo e le sgraziate ma dolcissime Atlantic Puffins (pulcinelle di mare) delle quali mi sono letteralmente innamorata.

Questa che vi ho brevemente raccontato è stata la mia più grande avventura, mi ha donato molto e spero, un giorno, di poterla replicare.
La Norvegia è un paese sensazionale, dai paesaggi sconfinati e poterla osservare con il sole di mezzanotte ha senza dubbio aggiunto della magia.

Ilaria

Stoner

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Titolo – Stoner
Autore – John Williams
N° pagine – 332
Prezzo – €17,50
Voto personale ♡♡♡♡♡

“A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscere un’altra.”

RECENSIONE
Non so spiegare cosa mi abbia spinto a intraprendere questa lettura in apparenza priva di colpi di scena, colma di minuziose descrizioni e dal ritmo lento.
Credo che la bellezza di questo romanzo risieda proprio nella capacità dello scrittore di rendere avvincente la storia di un uomo umile e semplice, un ragazzo che parte dalle campagne per raggiungere l’università e diventare, successivamente, professore.
Peter Cameron scrive nella postazione di non aver ancora colto il segreto dell’autore, sebbene abbia letto il romanzo tre volte. La verità è che a un bravo scrittore non occorre descrivere una vita emozionante per ottenere una buona storia, se indagata con adeguata cura, affetto e attenzioni anche la più delle silenziosi vite potrà dare forma ad un lavoro letterario degno di nota. Stoner ne è la dimostrazione.
La vita di Stoner può essere sintetizzata in un unico aggettivo: sfortunata.
La sua esistenza è un susseguirsi di sfortunati eventi, il lettore non può che non tifare animatamente per una svolta positiva nella vita del protagonista la quale apparentemente non avrà mai luogo. Il tifo dapprima animato e concitato si trasforma in una speranza silenziosa perché infondo tutti possiamo intravedere in Stoner una parte di noi, rivediamo le nostre sconfitte, le avversità che dobbiamo affrontare quotidianamente ma, sopratutto, possiamo rivedere in Stoner la piattezza che talvolta può assumere la nostra esistenza.
Questo romanzo dalle modeste ambizioni è in grado di sollevare nel lettore grandi interrogativi: perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato alla vita? Che cosa vuol dire amare?
Ho sentito svariate opinioni su questo romanzo e sono giunta alla conclusione che per questo libro non si possano provare emozioni intermedie, o lo si ama o lo si odia.
Per me rimane una delle mie migliori scoperte.

Ilaria

Veronika decide di morire

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Titolo – Veronika decide di morire
Autore – Paulo Coelho
N° pagine – 186
Prezzo – €14
Voto personale ♡♡♡♡♡

 

“Il vero io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te.”

TRAMA
Veronika, ragazza slovena di 24 anni, non è felice della sua vita: anche se non ha problemi finanziari e non soffre d’amore, vuole semplicemente lasciare questa vita a causa della monotonia di tutti i giorni. Così, mandato giù un pugno intero di pillole per dormire, si abbandona al suo destino. Si risveglia nella clinica privata per malati di mente “Villete”, in Slovenia, dove viene a sapere dai medici che in seguito al suo tentativo di suicidio il suo cuore è stato gravemente danneggiato e resisterà ancora solo pochi giorni. Veronika inizialmente spera che tutto finisca velocemente, ma in quella clinica sembra che il tempo non passi mai. Lì conoscerà molte persone, Zedka, Mari, Eduard, persone che non hanno paura di dire ciò che pensano, perché in fin dei conti sanno di essere considerati “pazzi”. Con loro instaurerà un particolare rapporto di sincerità, provando sensazioni che non aveva mai conosciuto prima e scoprendo i lati più segreti e nascosti del suo Io.

LA MIA RECENSIONE
In questo libro Paulo Coelho prende per mano il lettore e lo porta con sé in un mondo fatto di anime e sentimenti, un mondo dentro il quale si ridefinisce il concetto di “follia” e sovverte il significato che attribuiamo alla normalità.
Chi è il folle? Cos’è la follia? Per Zedka (“collega di follia” della protagonista Veronika) è l’incapacità di comunicare le proprie idee, situazione nella quale tutti ci siamo ritrovati questo perché, in un modo o nell’altro, tutti siamo folli.
Forse i folli sono coloro che hanno riposto la maschera e hanno avuto il coraggio di esporre le proprie idee e di fare della propria diversità un pregio, un atteggiamento che devia dalla consuetudine di un mondo abituato ad agire per schemi ricorrenti e omologati nel quale la normalità è solo una questione di consenso: “se molta gente pensa che una cosa sia giusta, quella cosa lo diventa”.
Veronika regala a tutti noi il diritto di essere sé stessi senza provare imbarazzo nel lasciare emergere il nostro lato più folle e di non provare alcun timore nei confronti del giudizio degli altri.
Questo libro, in parte autobiografico, rimarrà uno dei miei preferiti in assoluto, sicuramente quello che ricorderò con più entusiasmo.

Ilaria