1 marzo 2018, giornata mondiale contro l’autolesionismo

s_h_dayOggi, 1 marzo 2018 è la giornata mondiale contro l’autolesionismo. Autolesionismo significa causare in modo intenzionale e ripetitivo danni al proprio corpo senza l’obbiettivo di togliersi la vita ma di trovare sollievo da una sofferenza emotiva.

**self harm trigger warning**


Non voglio parlare in termini assoluti, non ne ho le competenze e non avrebbe comunque senso, ciò che scrivo è dettato unicamente dalla mia esperienza personale.
Voglio cogliere questa giornata per raccontare parte della mia esperienza per infrangere il tabù di questo disturbo con l’intento di poter far comprendere la dinamica dell’autolesionismo a chi ne è estraneo e portare in briciolo di speranza.

Sono arrivata all’autolesionismo nello stesso modo con cui i miei coetanei sono arrivati a scoprire il sesso o le piccole trasgressioni: spontaneamente.
Le loro scoperte erano mosse dal loro implacabile istinto di vita, le mie da un disperato bisogno di sollievo dalla sofferenza.
Si inizia gradualmente con l’illusione di avere la situazione sotto controllo, poi l’atto concreto del tagliarsi diventa una sorta di rituale e, si sa, i rituali come ogni azione ripetitiva trasmettono sicurezza.
C’è chi si chiede se l’autolesionista provi dolore nel tagliarsi, certo che lo prova, è proprio i dolore fisico a darti quella scarica di adrenalina e a farti ricordare che tutta quella sofferenza e quel tumulto di peneri sono racchiusi in corpo vivo.

L’autolesionismo continua a ferirti anche quando smetti di farti del male fisico.
Non è un modo dire, l’autolesionismo è una vera e propria droga.
Le cause che portano una persona a farsi del male possono essere molteplici e diverse da soggetto a soggetto ma, alla fine, confluiscono tutte in un unico gesto.
È difficile uscire da quel circolo vizioso di sofferenza, è molto più semplice restarne fuori. L’autolesionismo continua a ferirti anche quando hai smesso di farti del male fisico, le cicatrici rimarranno per sempre sulla tua pelle.
Saranno sempre lì a ricordarti ciò che hai passato e non è semplice imparare a conviverci.
Non bisogna vergognarsene, sono il simbolo di un percorso sofferto e della vincita sul dolore, ma a nessuno fa piacere rievocare quelle sensazioni. Sensazioni che ti travolgono come un’onda ogni volta che guardi le tue braccia, le gambe o allunghi la mano per stringerne un’altra.
C’è chi ha tatto e non esprime opinioni, c’è chi, invece, comincia col porti domande sempre più personali per capire il significato di quelle cicatrici, domande camuffate da un interesse nei tuoi confronti, ma che in realtà non sono altro che frutto di una morbosa curiosità.
Col tempo impari a passarci sopra e quasi non fai più caso a quei sguardi indiscreti. Ciò che più mi turba è il fatto che le cicatrici non mi daranno mai la possibilità di omettere alcuni dettagli del mio passato o di potermi aprire solo con determinate persone, per quanto io mi sforza quei segni rimarranno indelebili sulla mia palle rendendomi agli occhi degli altri un libro aperto.
Il passato non si cancella, e, forse, è ora di accettare ciò che sono stata e di tramutare quelle cicatrici da ricordi di un vissuto colmo di sofferenza ad una prova della mia vittoria.

Come già detto l’autolesionismo è una vera dipendenza e come in ogni caso di dipendenza uscirne e non ricascarci non è mai facile. Non ho una data precisa della mia guarigione dall’autolesionismo, per più di tre anni mi sono fatta del male quasi quotidianamente, per un anno mi sono ripetuta che avrei smesso ma ce ne sono voluti due per smettere realmente e, ancora oggi, l’impulso di recarmi dolore fisico non è scomparso del tutto. In un periodo particolarmente stressante o in occasione di un evento per me destabilizzante la tentazione di farmi del male esiste ma grazie al mio costante impegno con la terapia questo l’impulso rimane incompiuto.

Ilaria

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