Il vero prezzo della moda

Sono sempre stata abbastanza ignorante in tema di moda etica e sostenibile, guardando tra gli apprendibili delle note catene di moda accessibile però non ho potuto fare a meno di domandarmi come fosse possibile mettere sul mercato capi d’abbigliamento a prezzi così bassi senza che nessuno ci perdesse in termini di guadagno.
Ma, ovviamente, comprare una maglia a soli €5/€10 fa gola e l’opportunità di aggiornare il proprio guardaroba con una modica spesa fa mettere e a tacere i numerosi dubbi sorti.

Sfortunatamente il tema della moda sostenibile non viene affrontato molto spesso, anzi direi che è del tutto lasciato in disparte lasciando il compito al consumatore stesso di mantenersi informato e cercare le informazioni necessarie per comprendere cosa ci celi dietro a certi meccanismi.

Questa mia titubanza a perseguire con le mie solite abitudini o informarmi riguardo a chi e cosa io stessi alimentando con le mie spese è proseguita per molto tempo finché non ho deciso di guardare “The True Cost”, un documentario che affronta il tema della fast fashion.
La fast fashion, in poche parole, è il meccanismo per il quale in un negozio possiamo trovare abiti nuovi ogni settimana a prezzi più che accessibili a costo di un materiale abbastanza scadente che ci porterà a gettare il nostro capo di abbigliamento dopo qualche stagione per comprane uno nuovo, in condizioni migliori e che segua la moda del momento.
La fast fashion ha scardinato le vecchie abitudini della moda, passando da avere le famose stagioni “primavera/estate e autunno/inverno” a trovarci difronte a 52 stagioni all’anno.
Compriamo abiti, gli usiamo per qualche tempo e poi gettiamo o diamo via per acquistarne altri in un inesorabile circolo vizioso.

The True Cost affronta l’argomento fast fashion attraverso interviste di chi è in prima linea contro questo sistema e testimonianze dirette di chi, invece è all’interno del sistema stesso.
Credo sia difficile, se non impossibile, rimane imperturbati dopo aver preso coscienza di cosa si nasconde dietro ai nostri acquisti.

Perché scopriremo storie di sfruttamenti di donne, uomini e bambini costretti a lavorare in fabbriche pericolanti, a contatto con sostanze dannose per l’organismo, sottopagati e brutalmente picchiati se in grado di alzare la voce per chiedere che vengano rispettati i propri diritti.

Scopriremmo che nel 2013 in Bangladesh furono estratti 1.045 cadaveri dalle macerie del Rana Plaza, l’edificio-fabbrica alla periferia di Dacca dopo che i lavoratori, pagati con meno di €30 al mese per cucire vestiti 12 ore al giorno, ne avevano denunciato l’instabilità.

Non solo, scopriremmo anche che il nostro continuo e incessante bisogno di acquistare capo nuovi non segue il ritmo della coltivazione del cotone.
Per ovviare a ciò è stato progettato un cotone OGM in grado di tenere il passo con l’alta richiesta del prodotto che, però, richiede elevati quantitativo pesticidi.
Le ricadute sul suolo sono drammatiche, nella regione Punjab, India, le coltivazioni di cotone OGM sono molto diffuse e questo ha comportato l’aumento di casi di malati di cancro e di bambini con handicap fisici e con ritardo mentale.
Inoltre, molti contadini arrivano a indebitarsi per acquistare le sementi (le quali sono in possesso di un’unica azienda) e i pesticidi necessaria alla coltivazioni ad un punto tale da decidere di togliersi la vita con il pesticida stesso.
In 16 anni sono stati registrati 250.000 casi di suicidio, la più grande ondata di suicidi registrata nella storia.

Se non lo avete fatto, guardate “The True Cost” è disponibile su Netflix.
Credo sia importante essere a sconoscenza di cosa nasconde il mondo della Fast Fashion in quanto suoi consumatori, è giusto sapere cosa stiamo finanziando con le nostre spese per essere poi liberi di scegliere senza nasconderci dietro la maschera dell’ignoranza.

Ilaria

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